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8 libri bellissimi da cui sono stati tratti film orrendi (ovvero: la capra di Hitchcock)

di Andrea Tognasca

Sulla trasposizione per il cinema di un testo letterario Alfred Hitchcock in Il cinema secondo Hitchcock raccontava al giovane intervistatore Francois Truffaut una piccola freddura: “Due capre stanno mangiando da un mucchio di pellicola cinematografica, d’un tratto una dice all’altra: - Ti piace? - e quella risponde: - Mah, preferisco il libro - ”. Son gusti. Tuttavia approfondendo il ragionamento "capresco" ci si accorge quanto possa essere complicato trarre un buon film, con piena dignità cinematografica, da un libro. Kubrick diceva che si fanno bei film solo da brutti libri e citava Shining a conforto. Difficile dargli torto. Poi guardiamo Apocalypse Now e gridiamo al capolavoro benché sia tratto dallo splendido Cuore di tenebra di Conrad. Quindi? Quindi esistono film riusciti e altri sbagliati, che siano tratti o meno da qualsivoglia libro. Qui però mi piacerebbe elencare alcuni di quei film che, già durante i titoli di coda, fanno sospirare “meglio il libro!” o, nel peggiore dei casi, appaiono calunniosi nei confronti del testo letterario da cui sono tratti. Facciamoci guidare dalla capra di Hitchcock e a voi continuare la lista.
 

Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni  

Esistono libri da cui sono state tratte più d’una versione per il grande schermo. Il capolavoro di Jules Verne subisce la stessa sorte: nel 1956 Michael Anderson firma un classicissimo del genere d’evasione interpretato da uno splendido David Niven. Poi nel 2004 si abbatte sulle pagine dello scrittore inglese la funesta mano di un certo Frank Coraci che propone il proprio adattamento. La nostra capra mostrerebbe i primi segni di diffidenza già davanti allo scombinato cast: Jackie Chan, Owen Wilson e Arnold Schwarzenegger. Ne esce un interminabile calvario dai toni postmoderni dove non manca l’invadenza degli effetti digitali, le battute già sentite all’epoca dei primi film sonori e le gag prevedibili, ma nemmeno il kung fu e il muscolo frollatino del vecchio Arnold.

Il giro del mondo in ottanta giorni. Ediz. integrale

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Ian McEwan, Espiazione  

E la capra pensava: ogni volta mi stupisco di come si possa trarre un film così mediocre da un libro tanto bello. Riflessione assolutamente condivisibile. Il libro è da molti considerato il capolavoro di Ian McEwan. Il film racchiude invece tutte le nefandezze che le grandi produzioni possono perpetrare alle spalle di un libro. Il senso della storia raccontata da Ewan se ne va a ramengo già dopo i primi minuti, poi comincia un’ingiustificata melina nella cronologia degli avvenimenti e si finisce persi nell’inverosimile. Una storia forte alle spalle, un cast di alto livello, location strepitose, grosso budget (forse troppo), tutta questa montagna per partorire un topolino malaticcio.

Espiazione

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Gabriel Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera  

In questo caso la capra si contenterebbe di annusare il film per poi addentare di gusto il libro. Il profumo è questo: da una parte l'immenso Gabriel García Márquez, premio Nobel, simbolo della letteratura sudamericana, dall’altra Mike Newell, impostosi all’attenzione con la regia del quarto episodio della saga di Harry Potter. Basterebbe questo per far diventare il profumo solo un odore. Se poi ci aggiungiamo che delle emozioni che fanno da colonna portante al libro non resta che qualche rudere, che Giovanna Mezzogiorno si aggira nella pellicola con piglio da alcolista e che tutto quanto appare un tantinello inverosimile, ecco che abbiamo un film di una noia tombale. E l’odore diventa puzza.

L

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Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray  

La capra avrebbe così tanti adattamenti (il teatro, la televisione, i fumetti) del romanzo di Wilde tra cui scegliere che probabilmente trotterebbe a zampe levate verso il libro, capolavoro assoluto sul tema dell’eterna giovinezza. Certamente non apprezzerebbe questa ultima versione cinematografica in ordine di tempo firmata da un certo Oliver Parker, non nuovo alla cannibalizzazione di Wilde. Lo aveva già fatto con il manierato e fiacco L’importanza di chiamarsi Ernest. In Dorian Gray però ci dà davvero dentro confezionando un filmetto dalle tristi pretese con generose spruzzate di sesso, scenari horror, dialoghi aforistici e banalizzando senza posa l’opera di Wilde. Più che un adattamento un vero de profundis.

Il ritratto di Dorian Gray

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Mario Soldati, La sposa americana  

Un ottimo libro da cui il figlio dell’autore trae un film indigesto e ripugnante già al primo assaggio. Mario Soldati, il papà, scrive la storia riscattatandola con un talento narrativo di primordine. Ne esce un libro intrigante e in molti punti avvincente. Nel 1986, Giovanni Soldati, il figlio, per ragioni forse legate a rancori personali verso il padre, mette insieme una versione cinematografica priva di qualunque interesse. Protagonista è Stefania Sandrelli, reduce dai successi de La chiave, che gironzola mezza nuda e spaesata sullo schermo.

La sposa americana

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Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio  

La capra, dopo il lungo e apprezzato banchetto firmato da Luigi Comencini per la tv e il gradevole dessert preparato da Walt Disney, inghiotte fiduciosa il boccone amaro uscito dalle mani di Roberto Benigni. E si strozza. Sembra proprio uno di quei casi in cui un comico si dirige da sé incrinando la propria meritata fama di re della risata e stroncando una carriera da regista consolidata con La vita è bella. Un cast tecnico eccellente e attori illustri che da soli non bastano a salvare un film patinato, freddo, a tratti molto noioso, in cui non si capisce la necessità della rilettura del capolavoro di Collodi. Per di più il burattino Benigni appare piuttosto antipatico. E la fatina Braschi un pigolante incubo. Oltraggio!

Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino

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Ernest Hemingway, Addio alle armi  

Il libro è un altro capolavoro, ma per il film servirebbe una capra con denti abbastanza forti da ruminare il cine-polpettone partorito dalla vulcanica mente di David O. Selznick, motore creativo della Hollywood degli anni d’oro. Il grande produttore in questo caso sembrerebbe aver pensato: un grande scrittore, una storia d’amore lacerante e appassionata ambientata durante la guerra sotto lo splendido cielo d’Italia. Tutti gli ingredienti per sbancare il botteghino. Per stare proprio sicuro sceglie di mettere dietro la macchina da presa un vecchio leone, Charles Vidor, e davanti un cast di stelle: Jennifer Jones e un legnoso Rock Hudson. Poi, visto che siamo in Italia, Vittorio De Sica e Alberto Sordi. Il film fu un fiasco colossale e Selznick ne uscì rovinato.

Addio alle armi

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Jun'ichirō Tanizaki, La chiave  

E con questo la nostra povera capra, come alcuni di noi diventano vegetariani, decide di diventare librianaTinto Brass usciva malconcio dalla disfatta del film Io, Caligola quando incontra il raffinatissimo autore Tanizaki e la sua storia costruita con minuziosa sapienza narrativa intorno al tradimento, al non detto, all’ossessione. Il regista prende la leggera eleganza dell’origami giapponese e la butta nel tritacarne del proprio chiassoso immaginario da cassetta. Un’attrice come Stefania Sandrelli (ancora lei!) accetta poi di svestirsi un poco, di mugolare tra le calli di Venezia, e il gioco è fatto. Il film ha il successo commerciale sperato e rilancia la carriera della Sandrelli, che darà però prove ben più dignitose. Resta la capra, sola, a rigurgitare il film.

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